giovedì 15 ottobre 2009

«Dissi a Borsellino dei contatti tra i carabinieri e Ciancimino» La Ferraro conferma ai pm le rivelazioni di Martelli

ROMA — Paolo Borsellino seppe che i carabinieri avevano agganciato Vito Ciancimino per una sua possibile collabora­zione il 28 giugno 1992, ultima domenica del mese, all’aeropor­to di Fiumicino, mentre torna­va da Bari e aspettava il volo per Palermo. Glielo disse Lilia­na Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto al fianco del ministro della Giustizia Martelli dopo la strage di Capaci. A lei l’aveva ri­ferito proprio l’ufficiale dell’Ar­ma che aveva preso contatto con l’ex sindaco mafioso: il ca­pitano Giuseppe De Donno, il quale — attraverso la Ferraro — voleva informare lo stesso Guardasigilli. Forse perché per «trattare» con Ciancimino, vici­nissimo ai corleonesi Riina e Provenzano, c’era bisogno di «garanzie politiche», come rac­conta Martelli.

Una ricostruzione negata dai carabinieri, tanto che l’ormai ex capitano De Donno s’è già ri­volto a un avvocato per intra­prendere ogni possibile iniziati­va a sua tutela. Sostiene di non aver mai parlato con Liliana Ferraro dei suoi colloqui con Ciancimino, che per lui vestiva i panni del semplice «confiden­te ». Ma ieri la testimone ha con­fermato tutto ai magistrati di Caltanissetta e Palermo che in­dagano sulle stragi del ’92 e sul­l’ipotetica trattativa tra Stato e mafia. Precisando che della cir­costanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta cir­ca un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, al­l’epoca procuratore aggiunto di Palermo.

Pochi giorni dopo, a Fiumicino, la stessa Ferraro ri­ferì a Borsellino il colloquio con l’ufficiale dell’Arma, avve­nuto su richiesta del magistra­to che aveva annotato il nome «Ferraro» sulla sua agenda gri­gia. Con lui c’era la moglie Agnese, la quale già nel 1995 aveva parlato dell’incontro da­vanti alla Corte d’assise. Non disse di che parlarono, perché non aveva assistito alla conversazione, ma nei giorni scorsi — in una testimonianza resa ai pubblici ministeri di Cal­tanissetta — ha aggiunto un particolare che potrebbe legar­si alle ultime novità emerse. Agnese Borsellino ha rivelato che pochi giorni prima di mori­re nella strage di via D’Amelio (19 luglio ’92), suo marito le confidò di aver maturato dei dubbi sul generale dei carabi­nieri Antonio Subranni, all’epo­ca comandante del Ros, il rag­gruppamento speciale di cui fa­cevano parte De Donno e l’allo­ra colonnello Mori, cioè i due carabinieri che avevano aggan­ciato Ciancimino. Subranni era dunque il supe­riore informato da De Donno e Mori dei colloqui avviati con l’ex sindaco. I due hanno sem­pre sostenuto che fuori dell’Ar­ma non dissero nulla a nessu­no fino all’arresto dello stesso Ciancimino, avvenuto all’inizio del ’93. Ora s’inseriscono altre ricostruzioni che potrebbero ar­rivare a riscrivere la storia di quella drammatica estate di di­ciassette anni fa.

ROMA — Paolo Borsellino seppe che i carabinieri avevano agganciato Vito Ciancimino per una sua possibile collabora­zione il 28 giugno 1992, ultima domenica del mese, all’aeropor­to di Fiumicino, mentre torna­va da Bari e aspettava il volo per Palermo. Glielo disse Lilia­na Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto al fianco del ministro della Giustizia Martelli dopo la strage di Capaci. A lei l’aveva ri­ferito proprio l’ufficiale dell’Ar­ma che aveva preso contatto con l’ex sindaco mafioso: il ca­pitano Giuseppe De Donno, il quale — attraverso la Ferraro — voleva informare lo stesso Guardasigilli. Forse perché per «trattare» con Ciancimino, vici­nissimo ai corleonesi Riina e Provenzano, c’era bisogno di «garanzie politiche», come rac­conta Martelli.

Una ricostruzione negata dai carabinieri, tanto che l’ormai ex capitano De Donno s’è già ri­volto a un avvocato per intra­prendere ogni possibile iniziati­va a sua tutela. Sostiene di non aver mai parlato con Liliana Ferraro dei suoi colloqui con Ciancimino, che per lui vestiva i panni del semplice «confiden­te ». Ma ieri la testimone ha con­fermato tutto ai magistrati di Caltanissetta e Palermo che in­dagano sulle stragi del ’92 e sul­l’ipotetica trattativa tra Stato e mafia. Precisando che della cir­costanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta cir­ca un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, al­l’epoca procuratore aggiunto di Palermo.

Pochi giorni dopo, a Fiumicino, la stessa Ferraro ri­ferì a Borsellino il colloquio con l’ufficiale dell’Arma, avve­nuto su richiesta del magistra­to che aveva annotato il nome «Ferraro» sulla sua agenda gri­gia. Con lui c’era la moglie Agnese, la quale già nel 1995 aveva parlato dell’incontro da­vanti alla Corte d’assise. Non disse di che parlarono, perché non aveva assistito alla conversazione, ma nei giorni scorsi — in una testimonianza resa ai pubblici ministeri di Cal­tanissetta — ha aggiunto un particolare che potrebbe legar­si alle ultime novità emerse. Agnese Borsellino ha rivelato che pochi giorni prima di mori­re nella strage di via D’Amelio (19 luglio ’92), suo marito le confidò di aver maturato dei dubbi sul generale dei carabi­nieri Antonio Subranni, all’epo­ca comandante del Ros, il rag­gruppamento speciale di cui fa­cevano parte De Donno e l’allo­ra colonnello Mori, cioè i due carabinieri che avevano aggan­ciato Ciancimino. Subranni era dunque il supe­riore informato da De Donno e Mori dei colloqui avviati con l’ex sindaco. I due hanno sem­pre sostenuto che fuori dell’Ar­ma non dissero nulla a nessu­no fino all’arresto dello stesso Ciancimino, avvenuto all’inizio del ’93. Ora s’inseriscono altre ricostruzioni che potrebbero ar­rivare a riscrivere la storia di quella drammatica estate di di­ciassette anni fa. (Corriere della sera)

Al Pacino: da giovane mi prostituivo in Sicilia L’attore al «New York Post»: sesso con una donna più anziana in cambio di un tetto


Un giovane Al Pacino
Un giovane Al Pacino

NEW YORK — Che da giova­ne fosse attraente e sexy si sa­peva già. Eppure nessuno avrebbe mai potuto immagi­nare un’esperienza da gigolò del leggendario Al Pacino, da quasi quarant’anni icona del­l’italo- americano macho. «Da giovane mi sono prostituito in Sicilia, concedendomi in cambio di vitto ed alloggio ad una donna più anziana di me». Le frasi, rilanciate dai siti di tutto il mondo, sono state at­tribuite all’attore dalla settan­tanovenne decana del gossip made in Usa, Cindy Adams. Nella sua seguitissima rubrica pubblicata quotidianamente sul tabloid newyorchese di Ru­pert Murdoch, la Adams rievo­ca i retroscena del «fattaccio» che il diretto interessato, in­terpellato dal Corriere , non ha voluto smentire.

Tutto risale agli anni Ses­santa quando la futura star, al­lora soltanto un aspirante atto­re alle prime armi, decise di abbandonare gli studi per in­seguire il sogno di una carrie­ra hollywoodiana. Ma il desti­no volle farlo tornare in Sici­lia, nella terra della quale era­no originari entrambi i suoi genitori. Fu lì che, assediato dai debiti e senza il becco di un quattrino, il giovane Al finì per prostituirsi. «Per mangia­re e mantenere un tetto sopra la mia testa, decisi di vender­mi ad una donna più anziana di me l’unico bene che potevo offrire: il mio corpo», ha rive­lato alla Adams. Una scelta di cui il cattolicissimo figlio del­la corleonese Rose Gerardi e del messinese Salvatore Al­fred Pacino finì per pentirsi. Ed ecco altre confessioni: «Mi sono svegliato spesso, il matti­no successivo agli incontri, sentendomi in colpa e odian­domi per ciò che stavo facen­do », si legge nella rubrica del­la Adams.

La rivelazione serve forse a far luce su un attore dalla vita privata tormentata che, pur es­sendo padre di tre figli, non si è mai sposato. Eppure in pas­sato Pacino ha avuto innume­revoli relazioni sentimentali con attrici come Jill Claybur­gh, Tuesday Weld, Marthe Kel­ler, Carol Kane, Diane Keaton, Penelope Ann Miller e Madon­na. Attualmente Al vive nella sua villa a New York, sul fiu­me Hudson. Non si tratta però dell’unica trasgressione legata a quegli anni. Nel 1961 Pacino fu arre­stato per porto abusivo d’armi da fuoco. L’esperienza lo con­vinse a cambiar vita. Dopo aver studiato in numerose scuole di recitazione, verso la fine degli anni sessanta fu ac­colto all’Actors Studio da quel­lo che, negli anni a seguire, Al considererà il suo più grande maestro: Lee Strasberg, il pri­mo a riconoscere in lui il ge­nio della recitazione. (Corriere della sera)

Palermomania Miccoli, palermitano d'adozione

'A Palermo mi trovo benissimo. Mi rivedo nella mia Lecce. Un sogno che ho sin da bambino è di ritornarci, ma restare qua va bene. Ho tre anni di contratto e una volta arrivato a 33 anni vedrò cosa avrò voglia di fare, ma non mi vedo in altre città. O resto a Palermo o vado a Lecce, stop'. E poi dicono che le bandiere non esistono o si ammainano col passare del tempo. Fabrizio Miccoli non sarà nato a Palermo, ma in fondo è un palermitano anche lui. Prendiamo in prestito la frase di un giornalista (grazie Alessandro Amato): 'Per Miccoli il mondo inizia a Lecce e finisce a Palermo'. Proprio così. Una mosca bianca nel mondo dei Paperoni e dei mercenari.

Quando stai bene, non piangi per quello che non hai. Tipo la Nazionale. Per Miccoli è una bella pagina di un libro riposto in soffitta. Senza rancori però. 'Non conto più a quei livelli, ma io sto bene qua. Mi godo le soddisfazioni con il Palermo. Se conto qui, conto da tutte le parti'. Come si fa a non voler bene al 'Romario del Salento' dopo dei messaggi d'amore che neanche Romeo a Giulietta? Qui lui si sente a casa. Tutti lo amano, tutti lo acclamano, tifosi e non. Tant’è che dopo l’infortunio di Liverani Miccoli è diventato capitano praticamente all’unanimità. 'Tutti mi hanno appoggiato nel mio ruolo di capitano, anche la gente. Sento questa fascia veramente tanto. Quando tornerà Liverani vedremo: il capitano l'anno scorso era lui, discuteremo della faccenda al suo rientro'. Come per dire che Fabrizio non molla di un centimetro. A Palermo dà tutto e da Palermo vuole tutto.

In rosanero è tornato un giocatore fondamentale e ha trovato casa. Si è guadagnato la cittadinanza onoraria di Corleone, si è innamorato di Santa Rosalia (patrona di Palermo) e anche di qualche manicaretto locale, cannoli e pane con la milza su tutti. Matrimonio totale che difficilmente si romperà prima dell’estate 2012. Quando Miccoli avrà 33 anni e magari deciderà di tornare all’ovile. Perché in fondo, almeno per lui, il mondo inizia a Lecce e finisce a Palermo. Il resto è solo materiale per le carte geografiche. www.calciomercato.com


Daniele Valenti

mercoledì 14 ottobre 2009

Agnese Borsellino si confessa ai pm "Vi racconto gli ultimi sospetti di Paolo"

MAFIA: STRAGI E 'PAPELLO',PM SICILIANI SENTONO LILIANA FERRARO

(AGI) - Palermo, 14 ott. - E' durata circa quattro ore l'audizione di Liliana Ferraro, l'ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, sentita come testimone dal procuratore Sergio Lari e dall'aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, e dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, a Roma, nella sede della Dia. L'audizione congiunta si e' svolta nell'ambito di due indagini parallele: quella sulle stragi del '92, condotta dai magistrati nisseni, e l'altra sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra sul cosi' detto 'papello', in corso a Palermo. La Ferraro e' stata sentita sulla base delle dichiarazioni rese la settimana scorsa dall'ex guardasigilli socialista, Claudio Martelli, durante la trasmissione di Raidue 'Annozero': pure l'ex vicesegretario del Psi sara' ascoltato dai magistrati, ma la sua audizione e' slittata a domani. Martelli aveva detto che Liliana Ferraro, dopo avere parlato col capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno circa i contatti allacciati dai militari con Massimo Ciancimino dopo la strage di Capaci, avrebbe subito informato Paolo Borsellino. La trattativa sarebbe stata dunque a conoscenza del magistrato ucciso da Cosa Nostra di li' a poco, il 19 luglio del 1992. Dietro Massimo c'era Vito Ciancimino, che aveva avviato i contatti con i carabinieri del Ros per mettere fine alle stragi, parlando con i boss, che avrebbero chiesto in cambio una serie di concessioni a cominciare da un ammorbidimento del loro regime carcerario.

lunedì 12 ottobre 2009

GIUSTIZIA PIERA AIELLO

Il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Trapani, a cui ha partecipato il procuratore aggiunto della Dda Teresa Principato, ha formalizzato l'assegnazione della tutela, disposta nei giorni scorsi dal Questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri, nei confronti di Piera Aiello. La donna, come la cognata di Rita Atria, morta suicida dopo la strage di via D'Amelio, ha svelato agli inquirenti i segreti della famiglia mafiosa di Partanna.

L'adozione delle misure di sicurezza a tutela dell'incolumità di Piera Aiello, fa seguito alla decisione della Commissione Centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione del ministero dell'Interno - riunitasi lo scorso 7 ottobre - di rivedere il suo status, riconfermandola "testimone di giustizia".

"Soddisfazione" è stata espressa dalla responsabile dell'associazione antimafia "Rita Atria", Nadia Furnari, la quale ha auspicato che "lo status di testimone di giustizia non decada mai né a Piera Aiello, né a quanti si trovano nelle sue condizioni".

Il caso di Piera Aiello è stato al centro di polemiche, nelle scorse settimane, perché il suo status di testimone di giustizia è stato dichiarato decaduto e la donna è rimasta senza protezione. Dieci giorni fa, l'Aiello ha fatto ritorno in Sicilia, lasciando la località protetta in cui aveva vissuto e che era stata resa nota da un carabiniere, denunciando di sentirsi abbandonata dallo Stato. La testimone tuttavia, dopo aver trascorso una settimana a Partanna, ed avere incontrato il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato e il procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa, ha lasciato la Sicilia per trasferirsi in una località segreta.

L'adozione delle misure di sicurezza a tutela dell'incolumità di Piera Aiello, fa seguito alla decisione della Commissione Centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione del ministero dell'Interno - riunitasi lo scorso 7 ottobre - di rivedere il suo status, riconfermandola "testimone di giustizia". (Ansa)

MAFIA: GIUFFRE', RIINA VOLEVA FAR FUORI PROVENZANO


In Nino Giuffré, collaboratore di giustizia sentito a Roma dai giudici del tribunale di Palermo al processo al prefetto Mario Mori e al colonnello dei carabinieri, Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per il mancato arresto nel 1995 del boss Bernardo Provenzano, c'era il sospetto che "Totò Riina voleva far fuori Bernardo Provenzano".

Lo ha detto lo stesso pentito, ricordando un'episodio che, verificatosi nel 1990-1991, a suo dire confermerebbe questo suo sospetto. "Totò Riina, in un incontro - ha detto Giuffré - voleva sapere da me quando Provenzano usciva. La cosa mi ha lasciato perplesso. Feci finta di non capire niente e diedi risposte non risposte. Avevo il sospetto che Riina lo voleva fare fuori. Feci'u babbu' e il discorso è rimasto là. Non dissi nulla a Provenzano. Certo è che in quel periodo Riina e Provenzano dicevano entrambi che si incontravano; so che erano in stretto contatto di lettere, che si scrivevano. Spesso avevano divergenze di vedute, ma tanto dibattevano fino a quando trovavano un accordo". Il processo a Mori e Obinu è stato aggiornato al 20 ottobre. (Ansa)

Le nuove frontiere del narcotraffico

Recessione e mafie - 2

di Carlo Ruta

Fin qui emerge un dato di fondo. In tutti i continenti, negli ultimi decenni le economie di origine illegale hanno vissuto i trend dei mercati da protagoniste, correlandosi alle Borse come entità finanziarie imprescindibili. È andato stabilizzandosi per ciò stesso il raccordo delle mafie con i maggiori business, dalla speculazione immobiliare all’industria dei metalli, dalle energie naturali e rinnovabili all’acqua. Le classifiche di Forbes, che hanno visto scalare un gran numero di magnati dell’est europeo e asiatico senza passato, oltre che autentici gangster, ne danno la misura. La crisi attuale rischia di aprire tuttavia scenari nuovissimi. Sta sollecitando infatti degli aggiustamenti nelle economie clandestine più forti: il narcotraffico, il commercio di armi, le tratte degli esseri umani. E gli effetti sul sistema potrebbero essere non da poco. Negli ultimi due decenni, è emerso un incremento di tali traffici su scala mondiale, nonostante le attività contrasto venute dai governi. A dispetto altresì delle iniziative di organizzazioni sovranazionali, a partire dall’Onu, che, per esempio, negli ultimi anni novanta ha sollecitato, per la prima volta, alcuni paesi produttori di sostanze stupefacenti, l’Afghanistan e Birmania per l’oppio, Colombia Perù e Bolivia per coca e cannabis, alla soppressione di tali colture in cambio di aiuti. Ma cosa sta accadendo di preciso in questo tempo di crisi? I dati che vanno rendendosi disponibili, offrono già delle indicazioni, a partire appunto dal narcotraffico.

I ritmi di modernizzazione, più o meno convulsi, dell’ultimo mezzo secolo hanno finito per incentivare il consumo di massa di stupefacenti, naturali e sintetici. Balzi decisivi di tale domanda sono andati correlandosi comunque con snodi particolarmente difficili. E quello di oggi è tale. Come documentano le cronache dell’ultimo anno, la recessione, che si vorrebbe considerare un capitolo chiuso, sta generando precarietà e vuoti di futuro in tutti i paesi, ricchi e poveri. Può essere in grado quindi di interagire a vari livelli con il mercato dei narcotici. È presto beninteso per poter comprendere l’incidenza degli eventi odierni sull’evoluzione del medesimo. Ma alcuni dati che emergono dal terreno, non del tutto concordanti con i numeri che di recente sono stati fatti dall’Unodc, Ufficio dell’Onu che sovrintende alla lotta al narcotraffico, appaiono significativi.

Nel Sud America, capoluogo strategico dei narcos, la crisi globale ha fermato cinque anni di crescita. Sono state colpite le economie del rame, del petrolio, di altre materie prime. È stato penalizzato l’interscambio con gli Stati Uniti. Milioni di persone sono finite quindi in povertà. Il narcotraffico continua però a progredire. Le aree di coltivazione di cannabis e coca lungo le Ande vanno estendendosi, malgrado le politiche di contrasto dei governi. La produzione di oppio ed eroina si conferma in attivo. In tutte le regioni aumenta infine il consumo di narcotici, mentre migliorano le facoltà di produzione di droghe sintetiche. È quanto emerge da un rapporto pubblicato nel marzo 2009 dalla Latin American Commission on Drugs and Democracy, diretta da Fernando Cardoso, già presidente del Brasile, César Gaviria, già presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, già presidente del Messico. È quanto affiora altresì da ricerche specialistiche. Nei mesi scorsi, su incarico dell’associazione Libera, un team di economisti delle università di Bologna e Trento è intervenuto sulla situazione in Colombia, passando al vaglio 30 mila dati, oggettivi, tratti soprattutto dagli archivi giudiziari. Ha concluso che nel 2008 sono stati prodotti in quel paese da 2.000 a 4.500 tonnellate di cocaina, a fronte di una stima dell’Unodc di appena 600.

A dare conto delle cose sono altresì le emergenze civili sul terreno, che vengono riconosciute a tutti i livelli. Nelle favelas brasiliane, dove arrivano dalla Colombia grandi quantitativi di stupefacenti, i regolamenti fra bande, spesso con vittime innocenti, hanno raggiunto negli ultimi anni picchi inauditi, malgrado le iniziative di contrasto promosse dalla presidenza Lula. In Messico, anello di congiunzione fra le due Americhe, è stata registrata nel 2008 la cifra record di 6 mila uccisioni per affari di droga, mentre in Guatemala, El Salvatore e Venezuela il tasso di omicidi, nello stesso anno, è salito a oltre 100 per 100 mila abitanti, superiore cioè alla media mondiale di ben 16 volte. Per tali ragioni, il presidente dell’Organizzazione degli stati americani, José Miguel Insulza, ha potuto dichiarare che in Sud America il crimine organizzato uccide più della crisi economica e dell’Aids. Secondo il direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa, tali soprassalti di violenza proverebbero che il mercato della cocaina nei paesi latino-americani va contraendosi. In realtà la storia delle mafie, dalla Chicago anni trenta alla Palermo anni settanta, dalla Colombia degli anni ottanta alla Russia degli anni Duemila, indica che gli scoppi di tensione, pur originati da contesti di crisi e di rottura, recano spesso logiche e significati del tutto differenti, correlandosi con poste in gioco che, proprio in determinati frangenti, anziché ridursi, si fanno più attraenti e remunerative.

Alla luce dei fatti, la situazione non appare insomma rassicurante. Tanto più se si tiene conto delle riserve che proprio in questi mesi vanno manifestandosi in tante sedi, pure governative. Nell’ultimo rapporto del Government Accountability Office la guerra ai narcos sudamericani viene presentata come persa, con l’avallo del vice presidente degli Usa Joe Biden, a fronte dei miliardi di dollari che le precedenti amministrazioni hanno erogato ai paesi produttori. L’Office National Drug Control Policy suggerisce quindi svolte radicali, in senso strategico, a dispetto dei freni che permangono negli States. Il convincimento di una partita persa, che un recente sondaggio ha visto condiviso dal 71 per cento degli statunitensi, si fa largo altresì in America Latina, dove con forza sempre maggiore viene reclamata la sostituzione del paradigma, repressivo dalla produzione al consumo, che finora ha ispirato la lotta al narcotraffico. La Commissione di Cardoso, Gaveria e Zedillo ne indica uno nuovo, proponendo di trattare il consumo di droghe come problema di salute pubblica, con mezzi informativi ed educativi. E su tale linea convergono associazioni e altri alti esponenti della politica, come l’ex presidente del Cile Ricardo Lagos, che suggerisce, più espressamente, di legalizzare la cannabis. Orientamenti di questo tipo non mancano del resto nel governo brasiliano di Lula, oltre che nel Senato colombiano, con le rivendicazioni del liberale Juan Manuel Galan, mentre insiste nel programma di Evo Morales, presidente della Bolivia, l’obiettivo di legalizzare il consumo delle foglie di coca, recante radici etniche, per contrastarne il traffico illegale.

In definitiva, il business delle droghe, in Sud America, sta reagendo agli attuali frangenti con conferme e rilanci che risultano impossibili in altri ambiti. Ma non si tratta di un trend localizzato. Andamenti simili vanno registrandosi in ogni altre latitudini, con economie da narcotraffico che stanno riuscendo a imbrigliare i rovesci dei mercati, forti di una domanda che non demorde, di capitali ingenti e condizionanti, di guadagni che restano sicuri a dispetto della war on drugs.

La recessione in Asia va esprimendosi in modo eterogeneo. In Giappone i collassi della domanda, interna ed estera, corroborati dai crolli borsistici degli ultimi anni, stanno frustrando economie dal passato fiorente. Nei paesi del sud-est, dal Laos al Vietnam, riavutisi dal tracollo del 1997 con un iter espansivo che ha raggiunto cifre da miracolo, si conteranno a fine 2009 2 milioni in più di disoccupati. Perfino in India e in Cina, che per certi versi hanno fatto argine al crollo, con il Pil saldamente in attivo, in virtù pure dei cambi monetari a loro favore, si è avvertita la scossa, con una vistosa riduzione dei ritmi di crescita. Eppure le economie della droga, lungo tutto il continente, stanno mostrando di non temere la crisi. Come in America Latina, contano anzitutto sull’abbondanza del prodotto base: nel caso, sulle coltivazioni di papaveri da oppio che ricoprono l’Afghanistan, la Birmania, il Laos, la Thailandia, il Nepal. L’Onu ha conseguito beninteso dei risultati, soprattutto in Laos e in Birmania, dove nel 2008 sono andate distrutte piantagioni per migliaia di ettari. Ma i dati sul terreno sono ben lontani da annunciare svolte, tanto più se si considera che sono gli stati stessi, interlocutori delle Nazioni Unite, a garantire l’esistente, per il tornaconto, diretto o indiretto, che recano nel business, dal traffico in senso stretto al lavaggio di valute. Le movenze del regime di Than Shwe in Birmania sono nel caso esemplari. Le economie di questo tipo beneficiano comunque di altri fatti: l’aumento di produzione di droghe sintetiche, su scala continentale, e una corrispondente crescita nei consumi delle medesime. Non è poco, evidentemente.

Le amfetamine e le metamfetamine contano oggi su una produzione distribuita in tutti i continenti. E ovunque la domanda è sostenuta dal basso prezzo, dalle mode edonistiche, dagli inarrestabili passaparola, probabilmente pure dal disagio, dal deficit di futuro che è proprio delle crisi. Centri strategici ne sono divenuti diversi paesi dell’Europa, ma ancor più il Canada, in cui si confezionano forse i maggiori quantitativi di ecstasy. La diffusione del prodotto asiatico, corroborata appunto da un sensibile aumento di consumo nel continente, costituisce comunque un sintomo. Si consideri un’area di forte concentrazione, quella del Grande Mekong, infeudata ai gruppi che trattano l’oppio: pakistani, thailandesi, indiani, birmani, cinesi. Lungo tale linea, che dallo Yunnan della Cina percorre l’intero territorio del Laos, con riverberi comunque nello Shan birmano, vengono prodotte, in quantità notevolissime, pasticche di crystal meth e di una variante detta ketamina, destinate in buona misura all’estero. Quale può esserne la logica, in una terra che abbonda fino all’inverosimile di papaveri da oppio? Di certo, non è la prova che le droghe tradizionali stiano entrando in crisi, perché il consumo di oppiacei, di eroina in particolare, nei primi mercati al mondo, l’Europa e il Nord America, proprio non demorde. Potrebbe essere invece l’esito di una studiata diversificazione, legata a un orizzonte di domanda che va ampliandosi, con esiti sempre maggiori nei paesi in via di sviluppo, in favore delle droghe meno costose. Il dato testimonia in ogni caso che le economie degli stupefacenti, anche in contesti di crisi, possono essere mosse da logiche aggiuntive ed espansive. E in altre regioni asiatiche le cose vanno appunto in tale direzione.

Un caso emblematico è quello dell’Arabia Saudita. Diversamente che in Iran e in altri stati vicini, in tale paese il narcotraffico ha incontrato nei decenni passati ostacoli che apparivano irriducibili, di tipo culturale anzitutto, per gli stili di vita che vi reggono, legati alla tradizione islamica. Il controllo ferreo delle frontiere sul golfo Persico ha impedito altresì che i grandi deserti della penisola divenissero corridoi di transito degli oppiacei da Oriente a Occidente, contigui a quelli che collegano l’Afghanistan alla Turchia e all’Europa, attraverso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia. Negli ultimi anni le cose sono mutate tuttavia in modo dirompente. L’Arabia Saudita risulta essere uno dei paesi in cui più vengono prodotti e si consumano droghe sintetiche, soprattutto ecstasy e amfetamine del tipo captagon. Prova ne è che nel 2007 ne sono stati sequestrati quantitativi record, pari a un terzo di quelli scoperti globalmente, a fronte dell’1 per cento registrato lungo il perimetro arabo nel 2001. Le droghe sintetiche, ma in una misura discreta pure le tradizionali, dal momento che le sfere di produzione e di distribuzione di massima coincidono, stanno intaccando insomma le frontiere più solide dell’Islam. E, sulla scorta dei dati che vanno emergendo, c’è motivo di ritenere che la recessione, pur trattandosi di aree ben compensate dalle economie del petrolio, stia alimentando tale trend.

Vanno giocandosi in sostanza due partite, congiunte. Le droghe tradizionali formano un mercato stabile, che procede oggi senza scosse, si direbbe in modo ritmico, tanto più nei paesi d’Occidente, dove può contare su un consumo inesausto. Il mercato dei prodotti sintetici, che muove già 100 miliardi di dollari all’anno, circa un terzo cioè del giro d’affari globale delle droghe, si manifesta invece, a fronte di minori investimenti, elastico, veloce, in grado di insinuarsi appunto nei paesi e nelle culture più difficili. Le mappe del narcotraffico vanno aggiornandosi di conseguenza, in favore delle aree e delle mafie che meglio stanno riuscendo a combinare tradizione e innovazione. E tutto questo, riguardo al continente asiatico, in cui la coesione fra i due livelli è probabilmente la più riuscita, evoca un mondo strutturato. Nel Grande Mekong, dove oppio e crystal meth formano appunto un continuum, un’offerta articolata, convergono, come si è detto, interessi molteplici: pakistani afgani, nepalesi, birmani, thailandesi. È decisiva comunque l’influenza delle Triadi cinesi, egemonizzate dalle compagini di Hong Kong e Taiwan: tanto più dopo gli accordi che le medesime hanno concluso con Khun Sha, che nel Triangolo d’Oro fa ormai da decenni le regole dell’oppio, forte di un esercito personale di 8 mila uomini. Il quadro degli interessi, per quanto diviso sul terreno, si dimostra in sostanza aperto. Se i potentati militari del narcotraffico, come nel caso dell’United Wa State Army birmano, usano muoversi infatti in spazi assegnati, perlopiù lungo le linee dei conflitti etnici, le Triadi, servite da un complesso di gruppi territoriali, sono in grado di animare scenari ben più ampi.

Non è possibile definire beninteso quali possano essere gli effetti di tale situazione in questo particolare passaggio. Nuovi balzi in avanti nei traffici da Oriente appaiono tuttavia nell’ordine delle cose, possibili, con guadagni aggiuntivi per i signori del Triangolo d’Oro, ma pure per le mafie potenti che hanno scortato i transiti dell’oppio: da quella russa, che con il narcotraffico ha costruito imperi, oggi stimati e quotati nelle maggiori Borse internazionali, a quella turca, che si potrebbe candidare a nuovi ruoli. È il caso di soffermarsi su questo punto. I boss turchi hanno recato sempre una posizione di prim’ordine lungo le vie dell’eroina che dal sud est asiatico puntano in Europa, attraverso i Balcani. Forti della loro posizione mediana, hanno stretto relazioni con le mafie di ambedue i continenti. Hanno stabilito basi in Iran, in Turkmenistan, in Kazakistan, in altre repubbliche dell’Asia Centrale. Rivendicano, in aggiunta, il dominio delle regioni dell’Asia sud-occidentale, decisi a proiettare la loro egida fino al Golfo Persico, mentre non dissimulano le loro mire egemoniche lungo il Mediterraneo, che potrebbero trovare un appoggio decisivo nell’ingresso di Ankara in Unione europea. Quale nesso può correre allora fra tale progetto di dominio e l’erompere delle metamfetamine in Arabia Saudita, come, probabilmente, in altri paesi del Vicino Oriente? Al momento non è possibile rispondere. Comunque va tenuto conto di un dato: in quelle regioni, penetrate appunto da una solida tradizione islamica, non vengono registrate mafie che per disponibilità finanziarie e, soprattutto, facoltà logistiche possano competere con quelle turche.

In definitiva, non sembra che la recessione abbia preso i gruppi del narcotraffico alla sprovvista, sulla scena globale. I capitalismi “normali” in tempi di crisi vanno in affanno, caracollano, si disorientano. Fatte salve le situazioni di conflitto di taluni paesi, come in Sud America appunto, peraltro cicliche in determinati contesti, quel che emerge nei giri delle droghe è invece la capacità di fare gioco comune. Fatta salva la tradizionale inimicizia fra le Triadi e la Yakuza giapponese, sono appunto le mafie asiatiche a darne esempio, mantenendo oggi, a dispetto di tutto, una integrazione sufficiente. Va preso atto d’altronde che i signori della droga si sono dimostrati previdenti, agendo d’anticipo sulla crisi, diversificando, delocalizzando, puntando alla conquista di nuove aree, di produzione e di consumo, stabilizzando infine i mercati fondamentali, con ogni sorta d’incentivo. L’ultimo decennio ne offre una rappresentazione scenografica con la conquista, pianificata dai sudamericani e non solo, di un intero continente, che era rimasto a lungo marginale nei traffico di narcotici: l’Africa.

Fonte: domani.arcoiris.tv

domenica 11 ottobre 2009

MAFIA: INSEDIAMENTO PRODUTTIVO INTITOLATO E LIBERO GRASSI

(AGI) - Palermo, 10 ott. - Inaugurato a San Cipirello (Palermo) l'insediamento produttivo intitolato all'imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia. E' stato realizzato in una area che per venti anni e' stato sotto sequestro a seguito di indagini antimafia contro Giovanni Brusca. Tra i presenti il sindaco Antonio Giammalva, il prefetto Giancarlo Trevisore, il presidente della Provincia Giovanni Avanti e Pina Grassi, vedova dell'imprenditore. "E' un risultato straordinario che segna un altro passo avviato in un territorio da sempre condizionato dalla mafia", ha detto Salvino Caputo, presidente della commissione Attivita' produttive dell'Ars.

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss