venerdì 3 luglio 2009

A Corleone ritrovato Il flauto più antico d'Europa

In una necropoli del XI-X sec. a.C. situata al centro della Sicilia è stato trovato un frammento di flauto ricavato da una tibia di bambino. Allo stato attuale degli studi è lo strumento a fiato più antico d'Europa«Simbolo propiziatore, condotto del soffio vitale, il flauto faceva parte del corredo funebre ed era suonato durante le cerimonie di sepoltura» Poco o nulla conosciamo della musica nella preistoria. Alla totale mancanza di notizie letterarie indirette si contrappone talvolta il rinvenimento di strumenti musicali o di oggetti sonori, unica documentazione sugli usi musicali delle popolazioni di un'epoca così remota. E' noto il rinvenimento nell'Italia meridionale e in Sicilia di particolari reperti archeologici della tarda Età del Bronzo e dell'Età del Ferro destinati ad una funzione sonora. Si tratta di idiofoni a percussione destinati pertanto alla produzione ritmica. Allo stato attuale degli studi, eccezionale e unico è il ritrovamento di un frammento di un aerofono, datato tra la fine del XIV e il XIII sec. a.C., conservato presso il Museo Civico "Pippo Rizzo" di Corleone in provincia di Palermo che, istituito nel 1991, ospita reperti del Paleolitico, del Neolitico, dell'Eneolitico, dell'Età del Bronzo e del Ferro e del periodo greco classico ed ellenistico-romano. Il rinvenimento dello strumento musicale, un flauto diritto in osso, si deve agli archeologi Alberto Scuderi e Angelo Vintaloro, direttore del museo, che negli anni '90, sotto la supervisione scientifica di Sebastiano Tusa, hanno avviato un'attenta analisi di superficie sul territorio di Corleone, interessato da una ricca presenza di necropoli pre- e protostoriche. Dello strumento musicale si conserva l'imboccatura, un tratto della canna e parte di un foro. Attorno all'imboccatura e lungo il tratto della canna sono state incise tacche e lineette. Il flauto sembrerebbe essere stato ricavato da un tibia umana, forse di bambino. Curt Sachs nel suo fondamentale studio The Hystory of Musical Instruments ha messo in evidenza il significato fallico attribuito dall'uomo primitivo al flauto, come lo era già forse l'osso nel cui interno era racchiuso lo strumento. Come "simbolo propiziatore, condotto del soffio vitale", il flauto faceva parte del corredo funebre ed era suonato durante le cerimonie di sepoltura. Secondo Sachs, al potere di propiziare e donare la vita che accomunava il flauto all'idea di fertilità e di rinascita era collegato quello del legame amoroso cui erano associati rituali erotici e di iniziazione. Appare opportuno intraprendere un percorso di studio per tentare di comprendere la funzione del flauto di Corleone, forse legato ai riti funebri delle popolazioni stanziate nel territorio. Questo potrebbe aiutare ad approfondire il ruolo della musica nei contesti archeologici a cui è associata la presenza di strumenti musicali, prendendo anche in considerazione altri luoghi del Mediterraneo. I confronti possibili e le eventuali analogie potranno offrire una preziosa testimonianza della musica nella preistoria e di certo schiudere nuovi scenari della ricerca storica e musicale. (Angela Bellia)
www.giornaledellamusica.it


La cattura dei latitanti priorità impellente

mercoledì 1 luglio 2009

LATITANTE: RIINA E PROVENZANO SONO CRIMINALI

PALERMO - "Per me rappresenta un grande disonore essere indicato come il tesoriere di Riina e Provenzano, i due più grandi criminali d'Italia. E' una vergogna essere accusato di avere gestito i patrimoni di questi due, che non ho mai conosciuto. Forse per altri, come ad esempio i pentiti, può essere un vanto, ma per me no". Rompe il silenzio dalla latitanza Vito Roberto Palazzolo, 62 anni, ricercato perché condannato definitivamente a nove anni di carcere per associazione mafiosa, parlando con l'ANSA. L'uomo, originario del palermitano, dal 1986 si rifugia in Sudafrica dove gestisce attività economiche che riguardano le acque minerali.

Negli anni Ottanta il giudice Giovanni Falcone lo accusò sostenendo che era il "cassiere dei corleonesi", ma i processi che ha subito negli ultimi vent'anni non sono riusciti a dimostrarlo. E adesso che la Cassazione lo ha definitivamente bollato come un boss prende pubblicamente le distanze da Riina e Provenzano, indicandoli come "criminali".

"Sfido la polizia italiana e quella di tutto il mondo, compresi i servizi di intelligence, a trovare una sola transazione che io avrei fatto in passato o nel presente in favore di Riina e Provenzano", aggiunge Palazzolo, sostenendo di non essere mai stato il tesoriere dei corleonesi. "Dal 1992, da quando si è concluso definitivamente il processo in Svizzera nei miei confronti per riciclaggio - dice Palazzolo - sono sempre stato in Sudafrica e non ho commesso alcun reato. Per questo motivo posso dire che se qualcuno riesce a dimostrare che ho gestito solo dieci euro o dieci lire di Provenzano o Riina, sono subito disposto a trascorrere 30 anni in carcere. L'importante è che queste accuse non si basino soltanto sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Io Riina o Provenzano non li conosco, ma da quello che ho letto, dal loro profilo, si distinguono completamente dal tipo di altre famiglie come Bontate e Calò". Riferendosi a Riina e Provenzano, il latitante li indica come "due paesani che non hanno mai aperto un conto corrente in banca, perché non saprebbero nemmeno come fare. E' gente che ha sempre vissuto nel proprio paese e dubito che possono essere in grado di pensare a come gestire capitali all'estero".
www.ansa.it

lunedì 29 giugno 2009

La redazione di Corleone Dialogos esprime piena solidarietà a Pino Maniaci alla sua famiglia ed a tutta la redazione di Telejato per essere nel mirino della mafia per il loro intenso lavoro che fanno in una zona come quella in cui opera Telejato.

“Vogliono ammazzarmi”

“Non sono solo i detrattori, gli sciacalli. Ci sono indagini in corso su cui non posso dire nulla. Esiste un piano della mafia per eliminarmi”. Pino Maniaci non è uomo che perda facilmente l’autocontrollo. E’ abituato a convivere con l’odore della paura, con la puzza del sudore che ti inzuppa la camicia ad ogni sussurro, ad ogni soffio di vento. Di recente, una sentenza ha assolto il giornalista di Telejato a Partinico da un’accusa assurda: l’esercizio abusivo della professione. Come se il possesso di un tesserino – che fu elargito post mortem a tanti martiri dell’informazione – fosse da solo il marchio di fabbrica di una condotta commendevole. Ora, Pino Maniaci – il cronista di provincia che ha collezionato inchieste scoop contro la mafia - parla con livesicilia. E svela: “Vogliono farmi fuori”.

Pino Maniaci, chi l’ha messa nel mirino?
“Le famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini. Ci sono indagini in corso. Devo essere cauto”.

Lei sta dicendo che c’è un piano per la sua eliminazione fisica?
“Sì. Indubbiamente, c’è. Hanno dato il via libera”.

E come vive?
“L’ho messo in conto da tempo. So che potrebbe succedermi qualcosa. Ho un rammarico: avere tirato la mia famiglia dentro questa storia”.

I suoi figli, per esempio. Negli occhi di Letizia brilla il fuoco dell’informazione.
“Lei è peggio di me”.

La sua è una zona calda.
“Tanti omicidi sotto le mie finestre. Come pensare di non rimanere coinvolti?”

Alla fine Pino Maniaci è stato assolto dall’accusa di esercizio abusivo.
“Ringrazio l’ordine dei giornalisti nazionale per la solidarietà. Ringrazio Enzo Iacopino e Giacomo Clemenzi”.

E l’ordine regionale, a riguardo?
“E’ irritato”.

Ha paura?
“Affronto la vita con coraggio. Finché…”.

Finché?
“Finché c’è”.

www.livesicilia.it

Mafia nelle imprese. «Favorita dalla crisi» L’allarme di De Albertis. Rosati, Cgil: è un grave rischio. Manfredi Catella: più controlli