venerdì 20 marzo 2009

La società della figlia di Riina assicura divorzi lampo, indagini

Corleone Dialogos sarà a Napoli per la Giornata della memoria e dell'impegno organizzata da Libera per le news su questa giornata clicca qui

L’oro di Casal di Principe In ventimila da tutta Italia marciano nel nome di Don Peppino Diana


«Qui non comandano loro, questa è la nostra terra e noi vogliamo essere liberi di viverci. Perché noi ci siamo e non abbiamo intenzione di stare più in silenzio”. Queste parole sono di una studentessa di Aversa che stamattina insieme ai suoi compagni di classe a Casal di Principe teneva stretto a se uno striscione che recitava “perché la mafia abbia altri colori combattiamo l’oscurità della Camorra”.

In ventimila oggi da tutta Italia a Casal di Principe per ricordare Don Peppino Diana ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Quindici anni dopo il suo assassinio scout, associazioni, scuole e cittadini si sono dati appuntamento allo stadio comunale del paese per marciare, stretti gli uni agli altri, fra le strade di un territorio che per molti non c’è.

Sono arrivati dalla Sicilia, dal Veneto, dalla Puglia e dal Piemonte. Molti di loro hanno viaggiato una notte intera per essere qui oggi a Casal di Principe, un luogo che sino ad oggi avevano visto solo in Tv attraverso quell’immagine che è rimasta per tutti un simbolo: un cartello che indica Casal di Principe segnato dai fori di numerosi proiettili. A ricordare che qui siamo in un territorio in guerra.

“Siamo qui perché non vogliamo stare in silenzio – commenta un ragazzo del gruppo scout di Taranto - Don Peppino Diana è un prete che ci ha accompagnato in questo cammino e ci accompagna ancora e noi scout portiamo avanti il suo insegnamento”.

Scelgono la parola e rifiutano il silenzio. Lo fanno con il linguaggio dei giovani, lo stesso che condividevano con Don Diana. Invadono pacificamente Casal di Principe, attraversando il paese che un po’ incredulo li sta a guardare dalle finestre e dai balconi di case e attività commerciali. Si ferma tutto per un giorno ed è il giorno più lungo a Casal di Principe quello in cui ai giovani campani e del resto d’Italia è lasciata la libertà di vivere in pieno il proprio territorio nel nome di un uomo che manca a questa terra come ai suoi cittadini manca la libertà.

E fra i ragazzi/e campani si fa strada la sensazione che forse da oggi saranno un po’ meno soli. Questo anniversario, per chi oggi era li dentro le vie del paese, ricorda a tratti gli anni del post- stragi nella Palermo di Falcone e Borsellino. E non è un caso se dai balconi delle case scendono mossi dal vento lenzuola bianche. Simbolo di devozione da queste parti - certo - ma soprattutto simbolo di reazione da quando comparvero nel capoluogo palermitano contro Cosa nostra. Lenzuoli che 15 anni fa salutarono il prete che aveva osato sfidare il clan dei Casalesi a viso aperto.

“L’impegno di Don Diana è un seme che sta dando, anno dopo anno, i suoi frutti – dichiara Valerio Taglione di Libera Caserta e Comitato Don Peppe Diana – quest’anno il ricordo si trasforma in un impegno concreto. Questi ragazzi arrivati qui oggi da tutta Italia. La cooperativa che nasce oggi per produrre mozzarelle su un bene confiscato anche. Ma soprattutto – conclude Taglione- i casalesi che questa volta ci sono. La partecipazione per questo 19 marzo è stata un segnale importante per il territorio: oggi ci saranno portoni aperti, lenzuola alle finestre, cucina locale come le zeppole, ad accogliere tutti voi”.

Il corteo si apre in un grande abbraccio al prete che tanti anni fa la camorra decise di mettere a tacere perché era scomodo, perché aveva paura delle sue parole e della forza dei giovani che l’avrebbero potuto seguire nella sua battaglia per i diritti e la libertà. Le stesse che rilancia oggi Don Luigi Ciotti ricordando ai ragazzi che la speranza da oggi qui a Casal di Principe si chiama coraggio, impegno, legalità e giustizia.

Casal di Principe, oggi attraversata da questo fiume in piena che unisce memoria e impegno, domani dovrà fare i conti un pensiero nuovo. In questo luogo dove il nome di un popolo è stato troppo spesso associato a quello di un clan lentamente si riscopre che da queste parti la vera ricchezza non è quella dell’impero economico, politico e finanziario dei clan ma la forza e l’intelligenza dei suoi giovajavascript:void(0)ni. Questo è da oggi l'oro di Casal di Principe.

Norma Ferrara www.liberainformazione.org

giovedì 19 marzo 2009

21 Marzo 2009 più di 80 corleonesi sbarcheranno a Napoli Dialogos c’è!!!




Siamo tutti pronti per questa notte di traversata del mare che da Palermo ci porterà a Napoli. Il Comune di Corleone, noi di Corleone Dialogos in collaborazione con il Laboratorio della Legalità abbiamo fatto un bando pubblico per rappresentare Corleone a questa giornata di primavera in cui Libera ricorda tutte le vittime di mafia. C’è stata tanta partecipazione di giovani e il Comune ha dovuto ampliare i posti perché le richieste sono state davvero tante. Novità anche la presenza dell’Istituto comprensivo Don G. Colletto di Corleone che partirà con una delegazione di 50 tra studenti e insegnanti. Insomma dei 500 che dal porto di Palermo salperemo con la nave, con Libera Palermo che ha organizzato la traversata, più di 80 saremo corleonesi. I numeri sono numeri ma rappresentano dei valori, in questo caso non matematici ma simbolici, infatti, significa che tanti giovani corleonesi vogliono essere a Napoli per ricordare tutte le migliaia di vittime che sono morte per mano mafiosa, dire alle famiglie delle vittime che non sono sole e che i loro cari non sono morti invano. Corleone parte con la consapevolezza che essere corleonesi non è qualcosa da nascondere, perché si ha soggezione che magari qualcuno possa cambiare espressione nel sentir nominare il nostro paese, ma è un orgoglio. Orgoglio per la millenaria storia di cui possiamo vantarci, orgoglio per chi ha lottato contro gli stessi paesani mafiosi e per questo ha perso la vita. Ma non solo storia di morti, ma anche della Corleone e del territorio del corleonese del riscatto culturale, dell’esempio sul riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Infatti all’interno del Consorzio Sviluppo e Legalità ben tre cooperative lavorano nei terreni confiscati alla mafia, Lavoro e non solo, Pio La Torre, Placido Rizzotto. Corleone è il paese che non ha beni confiscati non assegnati, merito del Sindaco Iannazzo che su tale tematica è molto attento e preciso. Sindaco che come l’anno scorso sarà insieme a Corleone Dialogos, agli studenti e alle altre associazioni e ai rappresentanti del Comune per rappresentare questa Corleone. Sappiamo che il gonfalone della nostra città sarà ammirato da tutti coloro i quali parteciperanno a Napoli e speriamo che ci sia il sole. A Napoli il lungo corteo attraversera' il lungomare di Via Caracciolo per giungere a Piazza Plebiscito, dove verranno scanditi i nomi di tutte le vittime ricordando anche le molte che non si conoscono. Nel primo pomeriggio poi ci saranno sette seminari tematici a cui si potrà partecipare. Dialogos come sempre farà la sua mission cioè informare di ciò che andremo a vedere e sentire cercando di trasmettervi una parte delle nostre emozioni. Speriamo di esserne all’altezza. Non mi resta che dire Napoli aspettaci che Corleone sta arrivando.

Giuseppe Crapisi

Comunicato Stampa del Sindaco Iannazzo sulla Giornata della Memoria e dell'Impegno a Napoli, del 21 marzo:


COMUNE DI CORLEONE
Provincia di Palermo
Ufficio Gabinetto del Sindaco

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COMUNICATO STAMPA
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XIV GIORNATA DELLA MEMORIA – NAPOLI 2009

Il Comune di Corleone aderisce alla XIV giornata della memoria, organizzata da Libera, che si terrà il prossimo 21 marzo 2009 a Napoli.
Aderiscono, in rappresentanza della comunità corleonese, ben 36 delegati del Comune e delle Associazioni operanti a Corleone.
La delegazione, con in testa il gonfalone della Città, è stata organizzata dal Comune di Corleone insieme all’Associazione Dilalogos ed all’Associazione Laboratorio della Legalità.
“Partecipare alla giornata della memoria” – dice il Sindaco Iannazzo – “non è solo un fatto simbolico, ma vuole essere un’ulteriore presa di coscienza e responsabilità da parte dell’Amministrazione comunale, delle Associazioni operanti a Corleone e della nostra comunità. L’incremento dei soggetti aderenti all’iniziativa di quest’anno testimonia una più diffusa consapevolezza soprattutto da parte dei giovani corleonesi.
Assieme a Libera e a migliaia di concittadini italiani verranno ricordate tutte le vittime delle mafie, fra cui i corleonesi Bernardino Verro, Placido Rizzotto e Giuseppe Letizia e fatto da corleonesi ha certamente un valore aggiunto”.

F.to
dott. Antonino iANNAZZO

mercoledì 18 marzo 2009

L’IMPEGNO DEI VOLONTARI TOSCANI SUI TERRENI CONFISCATI ALLA MAFIA


Pistoia, 16/03/09

Questa è un’intervista ad Irene, una ragazza di Pistoia che quest’estate ha partecipato al campo di lavoro Liberarci dalle Spine a Corleone. Una testimonianza vera e importante come il suo impegno di volontaria.


A QUALE CAMPO DI LAVORO HAI PARTECIPATO?

Ho partecipato al campo che si è svolto a Corleone dal 19 Agosto al 3 Settembre 2008.


IN COSA CONSISTEVA IL TUO LAVORO?

La maggior parte dei giorni ci alzavamo verso le 6 e dopo una colazione sostanziosa partivamo per i campi; a volte ci attendevano i pomodori, altre volte le mandorle, altre volte ancora la vendemmia. Il lavoro si svolgeva dalle 8.30 alle 11.30 più o meno, perché poi il caldo diventava davvero insopportabile. Alcune volte c’erano anche compiti alternativi come etichettare le confezioni oppure delle visite alla fabbrica in cui vengono lavorati i prodotti. Per due volte invece, secondo i turni stabiliti, c’era il turno di pulizia e cucina, che a volte era persino più stancante! Consiste nell’alzarsi prima per preparare la colazione a tutti gli altri, poi pulire le due case affidate alla Cooperativa e infine preparare il pranzo per chi tornava affamato dai campi.


CHE RAPPORTO C’ERA FRA I VOLONTARI ED I MEMBRI DELLA COOPERATIVA?

Il rapporto era, almeno nel mio caso, un po’ anche di soggezione, non perché loro fossero persone superbe, anzi ci aiutavano sempre e ci spiegavano bene i lavori da svolgere, ma piuttosto perché per me sono delle persone da ammirare davvero. Spesso la sera mi trovavo a riflettere sui loro racconti, sulle loro storie e capivo che sono davvero scelte coraggiose quelle che hanno fatto; spesso però, a causa del mio carattere, non sono stata capace di esprimergli molto i miei pensieri e avrei dovuto farlo di più.


OLTRE AL LAVORO, AVETE VISSUTO ANCHE ALTRE ESPERIENZE (incontri, dibattiti, gite…)

In seguito ad un meritato riposo dopo pranzo avevamo degli incontri con chi opera nell’antimafia costantemente (sia volontari, sia esponenti dell’Arci o della CGIL o anche magistrati), dibattiti interessanti tra di noi e con i soci della Cooperativa oppure gite in località importanti e da ricordare, come Portella della ginestra, Ficuzza e Cinisi. Anche dopo la cena facevamo un giro nel centro di Corleone per conoscere la gente del posto e questi sono stati incontri altrettanto importanti per me.


C’E’ UN EPISODIO PARTICOLARE CHE VUOI RACCONTARCI?

L’episodio più significativo che potrei raccontare è forse quello dell’incontro di Portella, dove dei sopravvissuti ci hanno raccontato la strage e uno dei due in particolare ci ha fatto un discorso stupendo, per quanto mezzo in dialetto e infervorato , che ha toccato credo ognuno di noi. Lì ho realizzato quanta ingiustizia ci sia stata e ci sia ancora e quanto fosse importante anche il nostro piccolo ruolo nei campi di lavoro.

Amanda Dabizi

INTERVENTO DI PIERA AIELLO ROMA 16 MARZO 2009: CONFERENZA STAMPA “LA VERITA’ SU RITA ATRIA”


Quando ho pensato cosa dire alla stampa l’unica cosa che mi è venuta in mente è quella di non dare per scontato la mia storia.

Chi sono

La mafia ha ucciso mio marito. Avevo all’epoca una figlia piccola, Vita Maria Atria. Parlando con il procuratore Paolo Borsellino decisi di testimoniare e denunciare così gli assassini di mio marito e raccontare tutto ciò che sapevo;

fui ammessa quindi allo speciale programma di protezione ai sensi della L. 15.3.1991, n. 82 e sono diventata una testimone di giustizia. La mia testimonianza è stata infatti determinante per le indagini ed i processi nei confronti dei responsabili del delitto di mio marito.

Venni trasferita subito, per esigenze di sicurezza, dalla mia residenza in Sicilia in una località protetta in altra regione italiana. Anche adesso vivo in una località cosiddetta segreta. Ciò ha comportato per me gravissimi “disagi” in termini di perdita di amicizie, rapporti familiari, lavoro, vita sociale, ecc… .

La mia situazione personale e familiare divenne ancora più drammatica allorché, a causa della morte dello zio Paolo (così amavamo chiamare il giudice Paolo Borsellino), anche mia cognata Rita Atria che si trovava sotto protezione - aveva deciso di testimoniare contro la mafia e riponeva assoluta fiducia in Paolo Borsellino -, si uccise lanciandosi nel vuoto dall’appartamento di viale Amelia a Rome dove era alloggiata. Così Rita da morta, come spesso accade in Italia, è diventata un simbolo di coraggio e di lotta alla mafia.



Circa Marco Amenta


Della mia vicenda si sono interessate molte persone. Una in particolare, tale sig. Amenta Marco, mi venne presentato dal Maresciallo Mario Blunda, dicendomi che egli era un regista alle prime armi e che lo dovevamo aiutare in quanto egli avrebbe voluto fare un documentario sulla mia storia e su quella di mia cognata Rita Atria;

Siccome il mio scopo era ed è tuttora anche quello di tenere viva la memoria di Rita Atria pensai che poteva essere una buona cosa se la sua storia fosse stata ricostruita seriamente.

Non l’ho fatto solo perché era la mia adorata amica/cognata ma perché a lei devo la mia vita e quella di Vita Maria. Infatti senza il suo gesto nessuno si sarebbe accorto che esistevamo. Seppellite vive insieme a Paolo Borsellino. il sig. Amenta mi chiese quindi di fargli avere tutti i documenti in mio possesso, i filmati della famiglia, i diari, le foto, ecc… tutte le cose che avevo al fine di poter ricostruire questa storia.

Prima di consegnare i miei documenti al sig. Amenta Marco cercai di informarmi su di lui e cercai di avere delle garanzie. In particolare lui si presentò dicendo che egli operava esclusivamente in Francia e che quindi il documentario non sarebbe stato proiettato in Italia; gli feci firmare comunque un impegno con il quale lo stesso peraltro dichiarava “mi impegno a cancellare dalle immagini video del matrimonio, del battesimo e dalle foto ricevute da Piera Aiello il suo volto e quello dei suoi familiari. Questo per garantire che queste persone non siano riconosciute nel film che sto realizzando su Rita Atria”.

Anche la dott.ssa Camassa, Giudice del Tribunale di Marsala che risultava in alcune immagini relative alla mia storia ed a quella di Rita Atria, pur sapendo che il sig. Amenta operava esclusivamente in Francia come dallo stesso dichiarato, si fece comunque firmare dal sig. Marco Amenta una dichiarazione in base alla quale il sig. Amenta affermava che le immagini che la riguardavano mai sarebbero andate in onda sul territorio italiano ma solo ed esclusivamente all’estero.

Insomma, il sig. Marco Amenta si era presentato all’epoca sia alla sottoscritta che alla dott.ssa Camassa come un regista che operava esclusivamente in Francia lasciando intendere che il materiale raccolto sarebbe stato trasmesso solamente in territorio estero.

Sul fatto che il documentario sarebbe stato distribuito solo all’estero sono testimoni almeno alte due persone: Nadia Furnari e Giuseppe Carini (Testimone di giustizia a sua volta) che vollero essere presenti il giorno del primo incontro con Amenta. Infatti l’incontro si tenne a Pisa dove studiava Nadia Furnari.

Il sig. Marco Amenta, dopo aver realizzato il documentario “Diario di una siciliana ribelle”, ha provveduto a diffonderlo anche in Italia ed in esso vi sono delle immagini che, per quel che mi interessa, rendono comunque identificabile (come dimostrano i fatti. Infatti sono stata riconosciuta da una persona in località segreta) la mia persona. Avevo sottolineato che il documentario non doveva essere proiettato all’estero proprio perché io sono riconoscibile dal contesto e vi assicuro che chi mi frequenta ogni giorno e vede le immagini del documentario può riconoscermi.

Dopo diversi anni ho scoperto che a mia insaputa il documentario è acquistabile per posta e che è stato venduto dal sig. Marco Amenta nelle scuole.

Ho provveduto quindi tramite il mio avvocato ad invitare il sig. Marco Amenta a restituirmi immediatamente tutto il materiale che gli avevo consegnato e nel contempo l’ho diffidato dall’utilizzare per qualsiasi fine in qualsiasi forma e per qualsiasi mezzo tale materiale diffidandolo anche dal diffonderne il contenuto. Nessuna risposta ho ricevuto in proposito.

Nel frattempo però, nel luglio 2008 il documentario di Marco Amenta relativo a me ed a Rita Atria è stato diffuso su You Tube e quindi su google video italiano. Tramite la Associazione Rita Atria sono riuscita a far togliere tale video da internet che mi rendeva riconoscibile ad un pubblico immenso con serio pericolo di essere riconosciuta e con grave pericolo per la mia vita e per quella dei miei familiari.

Insomma il sig. Marco Amenta ad oggi, come dimostrano i fatti, continua a “utilizzare” la vicenda che mi riguarda senza rispetto alcuno per me, per mia figlia, per la memoria di Rita Atria e soprattutto mettendo a repentaglio la mia sicurezza tramite la diffusione di materiale personale che mi riguarda in Italia. Questi in sintesi i fatti relativi al documentario “Diario di una siciliana ribelle” girato tra il 1996 e il 1997. Di questi fatti ho prove e testimoni e non parole o opinioni. Sono una testimone di giustizia e sono abituata a distinguere le opinioni dai fatti.


Circa l’articolo sul Corriere della Sera dell’11. 3.2009

Se veramente quei 3 milioni delle vecchie lire fossero stati il compenso per tutto quello che ho fatto per la realizzazione del documentario mi sentirei offesa perché si tratta di una cifra talmente ridicola che non sarebbe stata corrisposta neanche al peggiore degli “attori”. Come sapete le persone che vivono in località segreta non possono di certo esibire titoli di viaggio o ricevute di pagamento perché non possiamo dire la provenienza e quindi si va sulla fiducia. Considerate che per quel documentario io mi sono spostata più di una volta: prima Pisa e poi Roma. Ho sostenuto spese per coprire le spese di Nadia Furnari (che in quel momento era studentessa a Pisa e di certo non poteva chiede alla madre di pagarle oltre all’università anche le spese di telefonate e spostamenti che ha fatto per me). Ho dovuto pagare la baby sitter a mia figlia perché stiamo parlando del 1996 anno in cui non avevo neanche i documenti ufficiali di copertura ed ero completamente sola perché mia madre e mio padre non abitano di certo con me. Quindi quei 3 milioni delle vecchie lire sono semplicemente un forfait di note spese.

Circa la presenza di Nadia Furnari, allora responsabile dell’Associazione, nel settembre 1997 al festival di Venezia (come ricordato dal sig. Amenta al Corriere della Sera). Chiesi io a Nadia Furnari di andarci e lei, per farmi un favore ci andò. Io credevo in quel progetto e non pensavo ad un tradimento così forte. Quel film venne presentato al festival di Venezia a settembre del 1997 e nessuno ci ha detto che quella presentazione significava automaticamente distribuzione in Italia.


Intervento di Nadia Furnari: la violazione dell'accordo risale al luglio 1998. Di tutta questa cosa abbiamo fornito documentazione video perché fortunatamente noi riprendevamo tutto e su questa faccenda ci furono anche degli articoli di stampa. Non abbiamo mai messo in discussione la qualità del primo documentario "Diario di una siciliana ribelle" perché lo abbiamo in qualche modo approvato, anzi, era un ottimo strumento. Ma non era uno strumento che doveva essere distribuito in Italia. Perché proprio le immagini contenute in questo documentario, Piera, dal contesto è assolutamente riconoscibile. E la dimostrazione è che una persona in località segreta l'ha riconosciuta. [parla Piera] Si è complimentata.[Parla Nadia] e e ha chiesto subito perché si chiamava con un altro nome.

[Parla una giornalista] Quindi fatemi capire bene, per quanto riguarda il documentario non avete chiesto che il viso fosse... (la domanda viene intercettata e Nadia Furnari risponde)[Nadia Furnari]. Le faccio un esempio, se lei vive accanto a me, se lei è una mia amica anche se mi mettono un chiaroscuro, l'immagine sfocata, la voce non è alteratissima, la riconoscono. In quel film ci sono anche le immagini del matrimonio non è escluso che qualche persona presente in quel matrimonio sia andato a trovare Piera in località segreta. E quindi ecco perché quel materiale che Piera ha donato. [interviene Piera] Ho regalato. [continua Nadia] senza neanche pretendere un contratto. E su questo me ne consta personalmente perché Piera ha sempre pensato che Rita si sia uccisa anche per lei perché ha messo veramente un riflettore sulla storia loro e questo va detto. Neanche noi ci saremmo accorti che esisteva una testimone di giustizia. Quindi noi ci fermiamo al punto: il documentario "Diario di una Siciliana Ribelle" non doveva essere distribuito in Italia. Anche se c'era il minimo dubbio non si doveva distribuire in Italia. Ultimamente Piera le interviste le fa con le controfigure e le persone che l'hanno intervistata sono sempre state molto rispettose. Voi stessi per entrare in questa sala avete firmato un documento. Quin non si parla di un vezzo ma di una esigenza. [interviene un'altra giornalista] Non c'è un servizio di protezione? [Nadia Furnari] Su questo argomento ne facciamo un'altra di conferenza stampa. [Piera Aiello] Stendiamo un velo pietoso. [Avv. Pettini] Il servizio centrale di protezione non si occupa di questi aspetti. [Piera Aiello] Il servizio centrale di protezione non ne vuole sapere niente. [Nadia Furnari] Questi aspetti magari li chiarirà l'avvocato. [giornalista] Strano però! [Nadia Furnari] No. Non è per nulla strano perché noi abbiamo più volte denunciato violazioni di diritti umani sul comportamento del servizio centrale di protezione. Ci sono tantissimi articoli (anche una relazione della commissione antimafia nella precedente legislatura, ndr) che parlano dei problemi dei testimoni con il servizio centrale di protezione. Se Piera Aiello ha avuto il mio codice fiscale allora qualche problema c'è stato visto che le ho dovuto prestare la mia identità (anni 1995-1997, ndr) . Ma su questi aspetti dovremmo fare un'altra conferenza stampa.



[Interruzione perché Marco Amenta tenta di entrare in sala e chiama la polizia. ]


Sul Film “La Siciliana Ribelle” (febbraio 2009)

Passiamo al film “La Siciliana ribelle”. Quel film non è la storia di Rita Atria ed io lo so bene.

* Rita non ha mai assistito a nessun fatto di sangue

[giornalista]: io il film l'ho visto e c'è scritto "Ispirato". [Piera Aiello]: e perché nel film viene letto parte del diari di Rita. Vengono messe le immagini del funerale di Rita e alla fine vengono messe delle immagini non autorizzate girate da me e dal maresciallo Mario Blunda in una festa privata di Rita Atria. E viene pubblicizzato come la vera storia di Rita Atria.[giornalista] Scusi lei afferma in conferenza stampa che quelle immagini non sono state mai comprate? [Piera Aiello] No. No! Non le ho mai vendute assolutamente! Niente, io ho avuto 3 milini di vecchie lire da Marco Amenta per le spese per i viaggi per andarlo a trovare. Io da Marco Amenta non ho avuto nulla. E lo giuro sulla cosa più preziosa che ho al mondo. Io da lui non ho avuto nulla. Nulla! Il mio legale vi chiarirà questa situazione.

* Rita non era violenta ed aggressiva come la dipinge il film
* Rita ha elaborato il suo percorso di giustizia in maniera totalmente diversa da quella che si fa vedere nel film
* Rita non è mai entrata in un’aula di tribunale

[giornalista]Una giornalista ribadisce che Marco Amenta ha sempre parlato nelle sue conferenze stampa di storia ispirata. Altro giornalista parla che i diari sono acquisiti dall'autorità giudiziaria e quindi fa capire pubblici. Piera Aiello dice ai giornalisti che tutti questi aspetti verranno chiariti dall'avv. Pettini.

* Rita non ha mai chiamato nessuno prima di uccidersi meno che meno il fidanzato siciliano che nel frattempo aveva fatto arrestare.
* e tante altre cose che non sto qui ad elencarvi e che si possono riassumere in un film che sembra ispirato a tutto tranne che alla vera storia di Rita Atria. Sembra più ispirato ad una pentita di mafia precoce. Capite che c’è una bella differenza tra una Testimone e una pentita.

[giornalista]: Scusi ma io non riesco a capire questa differenza che fa lei su "pentita" e testimone. [Nadia Furnari] C'è una differenza abissale. [Piera Aiello] Io sono una testimone, non ho mai ucciso nessuno. [Pietro Orsatto giornalista] Le faccio un esempio: lei ha mai sentito parlare di Pino Masciari? [giornalista] Si. [Pietro Orsatti] Ecco lui è un testimone. [Nadia Furnari] Brusca è un pentito. [la giornalista] Mi scusi questo ci arrivo. Vorrei capire perché Rita Mancuso nel film sembra una pentita. Forse ho formulato male la domanda.[Piera Aiello] Perché se una persona assiste a fatti delittuosi, se una persona vuole vendicare assolutamente anche tramite lo stato, secondo me è una pentita. Se io assisto ad un fatto delittuoso e ne faccio parte (ricordiamo che nel film Rita Mancuso conserva in maniera complice la pistola del padre, ndr) e sono complice del silenzio, sono una "pentita". S eio invece assisto ad un fatto delittuoso e lo denuncio sono una testimone. E' diverso. Lì ne esce un Borsellino iroso e vi posso assicurare che Paolo Borsellino era la persona più dolce di questo mondo con noi non si è mai arrabbiato. Ma neanche mezza volta. Vedendo che eravamo tutte testimoni donne ci ha affidato alla dott.ssa Camassa e alla dott.ssa Morena Plazi dicendo: io sono solo un uomo voi siete tutte donne state insieme e andate avanti in questo cammino. Per farvi capire cos'era Paolo Borsellino. Non ha mai alzato una volta la voce con noi.[giornalista] C'è un'intervista su Panorama della moglie di Borsellino dove lei riconosce assolutamente il marito. [Piera Aiello] Ma forse nel privato.[Nadia Furnari] Non credo che la sig.ra Borsellino fosse con loro (e quindi non può parlare dei rapporti tra le testimoni, il team della procura e Paolo Borsellino, ndr).

[Piera Aiello]: Guardate, il foglio ce l'avete e quindi vi potete leggere quello che devo ancora dire, Voglio aggiungere un cosa sola: sono 18 anni che sto pagando io e la mia famiglia per la scelta che abbiamo fatto non mi sono mai difesa dai mafiosi, mai. Sono una persona che vuole stare tranquilla. Io non voglio nulla, noi andiamo nelle scuole. Io non voglio stare sotto i riflettori in nessun modo e questo film ci ha riproiettati in mezzo... senza neanche dire "scusate sto facendo un film, mi sto ispirando alla storia di Rita Atria, che ne pensate?". Io non voglio niente, a me non ha mai dato nessuno niente. Neanche un soldo. Non voglio nulla. Voglio solo il rispetto per la mia persona, per la mia storia e voglio la possibilità di ricominciare di andare avanti in questo mio percorso difficile di reinserimento in mezzo alla società e di non dovermi difendere per forza... perché ... la prima domanda che mi hano fatto i mii familiari è stata "quanto ti ha dato Marco Amenta per fare questo film"? [giornalista] Ma nel film lei non c'è però. [Piera Aiello] Si però c'è Rita Atria. Rita Atria non esisterebbe se non ci fossi stata io. Sono stata io a testimoniare per prima. Lei mi ha seguita. Le persone questo lo danno per scontato. [Nadia Furnari] Vorrei chiarire una cosa perché noi (Associazione) siamo un feedback su questa faccenda. Vi posso garantire che si è creata una grossa confusione perché se no ... non avremmo intitolato questa conferenza stampa "La Verità su Rita Atria". Io vivo a Palermo e se ci chiamano le scuole chiedendoci informazioni su una serie di cose avallando i percorsi del film evidentemente qualche errore di comunicazione c'è stato. Dopo di che noi riteniamo che ... Piera Aiello non c'è nel film ma è stato pubblicizzato con l'immagine di Rita Atria e non serviva visto che è una storia completamente diversa nella finzione non serviva accostare il nome di Rita Atria perché se sono cose totalmente diverse non si doveva accostare l'immagine di Rita Atria. Ma una cosa che si continua a sottovalutare è che esiste Vita Maria Atria a cui chiedere almeno delle autorizzazioni morali. Perché nessuno si è sognato di fare il film "I Cento Passi" senza chiedere i permessi e le autorizzazioni etiche e morali alla famiglia Impastato. Questo è l'atteggiamento corretto. E vorremmo chiarirlo. Piera Aiello non c'è ma c'è Vita Maria Atria cioè una persona legittimata da un tribunale a difendere la memoria e gli interessi della zia. Adesso lo chiarirà l'avvocato e poi potete fare tutte le domande che volete.


Io sono la persona che ha respirato la sua storia e che l’ha condotta sulla via di Paolo Borsellino. Non mi sono mai pentita di aver teso a Rita la mia mano e di aver contribuito a portarla a Roma. Rita è sempre, tutti i giorni, nel mio cuore ed il suo ricordo vivo nella mia mente. Ecco perché l’impegno volto ad onorare la sua memoria – in tutti i modi possibili: con una associazione, tutelando la sua immagine, ecc… - è per me una ragione di vita.



Non credo di dover aggiungere altro però mi pongo e vi pongo una semplice domanda: per amore della giustizia da 18 anni vivo in esilio. Perché di questo si tratta: esilio. Vorrei sapere quanto ancora io e mia figlia dobbiamo pagare per avere un po’ di serenità. Mi chiedo cosa dobbiamo fare per essere rispettate da vive? Mi sembra che il prezzo che stiamo pagando sia troppo alto.



Grazie